Virginia de Leyva. La monaca di Monza

Virginia de Leyva è la donna a cui si è ispirato Alessandro Manzoni per la monaca di Monza de I promessi sposi. Manzoni la liquidò in tre parole – «la sventurata rispose» – e lasciò due immagini così efficaci da essersi impresse in chiunque sia andato a scuola: la bambina che gioca con le bambole vestite da suora, perché è già dalla nascita avviata alla clausura, e la ciocca di capelli che spunta sotto la benda sul capo, segno minimo e ostinato di trasgressione. Sono entrambe inventate. Quel che Manzoni non raccontò è stato riempito da romanzi, film, melodrammi, ciascuno con la propria versione: la monaca lasciva, la ribelle, la vittima del patriarcato. Questo libro torna alla documentazione storica. A partire dagli atti del processo e dai pochi scritti autografi sopravvissuti, ricostruisce l’intera vicenda: la monacazione forzata a tredici anni, la relazione quasi decennale con Gian Paolo Osio, le gravidanze clandestine, gli omicidi, la condanna a essere murata viva in una cella di tre metri per due. Ma soprattutto racconta ciò che il mito ha risolto troppo in fretta: Virginia de Leyva sopravvive. E quello che fa della propria vita dopo il carcere è forse la parte più inquietante dell’intera sua storia. Ne emerge una figura irriducibile a qualsiasi semplificazione, che non subisce mai del tutto, che manipola anche quando cede. Quella che ci racconta Lisa Roscioni è la storia vera dietro il più celebre silenzio della letteratura italiana, più estrema di qualsiasi sua reinvenzione.


Lisa Roscioni è nata e vive a Roma. Storica e scrittrice, insegna Storia Moderna alla Sapienza Università di Roma. Autrice e conduttrice di cicli e puntate monografiche su RadioTre Rai, ha pubblicato, tra l’altro, La badessa di Castro. Storia di uno scandalo (il Mulino, 2019); Il governo della follia. Ospedali, medici e pazzi in età moderna (Bruno Mondadori, 2011); Lo smemorato di Collegno. Storia italiana di un’identità contesa (Einaudi, 2022), finalista del premio Acqui Storia 2007 e vincitore del premio Certosa d’Oro 2010, da cui è stata tratta nel 2009 l’omonima miniserie per RaiUno Rai, regia di Maurizio Zaccaro.

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